Creatività digitale

Parlare di fotografia creativa è di per se un controsenso; già l’atto stesso di avvicinare l’occhio al mirino, scegliere l’inquadratura appropriata e racchiudere un soggetto nei pochi millimetri quadri di una pellicola, è di per se un gesto altamente creativo. Senza nemmeno rendercene conto noi, così facendo, produciamo centinaia d’immagini che andranno a far parte della Storia. Non importa se la storia è quella che si legge sui libri e si vede in televisione o è quella che rimarrà nell’intimità dei nostri ricordi; l’importanza dello scatto ai fini fotografici è la stessa. Sarà casomai la considerazione postuma filtrata dalla cultura, dai sentimenti, dalle situazioni contingenti che determineranno l’importanza “storica” di quello scatto.
Il mio intervento vuole essere invece un’analisi del mezzo fotografico rapportato alle esigenze dell’artista nel dare forma e colore alle proprie emozioni, positive o negative che siano. E’ il rapporto del fotografo con le sue emozioni che stimola in lui il desiderio dello scatto, creando un’immagine che sia in grado di trasmettere questo suo sentimento all’osservatore.
Lo stesso processo mentale si svolge dentro il musicista, lo scrittore, il pittore, il regista e in chiunque si dedichi a trasporre il proprio io attraverso un mezzo fruibile da un pubblico.
Nulla di strano, quindi, che un fotografo “creativo” sia in costante evoluzione mentale per rinnovare se stesso e l’esposizione di se stesso agli altri. Non poteva quindi passare inosservata la “rivoluzione digitale” che ha interessato tutte le attività del genere umano in questi ultimi anni.
Non sto qui a citare le innumerevoli possibilità che le tecnologie digitali hanno aperto nei più svariati campi; mi limito a considerare ciò che i computer hanno permesso nel settore della creatività umana.
Pensiamo al cinema, per esempio, e a quello che possiamo vedere e sentire oggigiorno in una sala cinematografica: quanti “effetti”, percepibili e non, possono essere riprodotti con una fedeltà superiore a quella reale; quanti “soggetti” inesistenti nella realtà riescono a prendere forma e vita attraverso i bit delle workstation grafiche. Quanti rumori e suoni riescono ad avvolgerci facendoci dimenticare che quello a cui stiamo assistendo è “solo” una finzione.
Pensiamo poi alla musica: non sono passati poi molti anni dai primi sintetizzatori monofonici (costosissimi e complicatissimi) e ci troviamo ora con strumenti che permettono ad un musicista di creare da solo tutte le partiture di un’orchestra e di riprodurle con una fedeltà spesso superiore a quella di molte registrazioni dal vivo.
Nel settore dell’immagine, che è in definitiva quello che maggiormente ci riguarda, trovo pressoché improponibile oggigiorno parlare di fotografia senza rapportarla al digitale. Pensiamo, per esempio, ai processi di stampa delle riviste e dei quotidiani: ogni fotografia che compare sulle loro pagine passa prima sotto uno scanner.
Ma basta questo per definire una foto “digitale”?
Direi proprio di no!
Considero qui due aspetti distinti della “rivoluzione digitale”: il cambiamento della tecnologia e il cambiamento di pensiero. La tecnologia digitale ha permesso ai fotografi “tradizionali” di semplificare il proprio lavoro attraverso l’eliminazione dei lunghi tempi di trattamento e di trasmissione delle immagini chimiche: in digitale si scatta e si spedisce in stampa in pochissimi minuti; in digitale, via Internet, posso diffondere i miei lavori in tempo reale su tutto il pianeta; posso avere sempre una copia originale in mio possesso.
La vera “rivoluzione”, però, la troviamo nell’approccio creativo con il digitale: una volta che le mie immagini sono racchiuse dentro una manciata di bit, posso davvero modificare in qualunque modo il risultato finale. Anzi, posso addirittura pensare la mia immagine prima ancora d’averla scattata.
Cosa vuol dire questo? Vuol dire che cadono i limiti fisici della fotografia tradizionale; sono semplificati i problemi legati alla gestione del colore, sono finiti i tempi in cui i deleteri pelucchi intasavano i nostri negativi in camera oscura, possiamo pensare già a come potrà essere la nostra immagine senza “elementi indesiderati”, possiamo anche pensare a come potrebbe essere con, invece, l’inserimento di soggetti inesistenti.
Subentra subito un dubbio sull’etica che accompagna tutte queste possibilità. Mi limiterò qui a considerare unicamente interventi di tipo creativo, lasciando l’incombenza della discussione sull’etica in altri momenti e altre sedi.
L’approccio creativo, invece, è di fondamentale importanza. Se parto dal principio che con la postproduzione digitale “nulla” è impossibile, cadono anche tutti i limiti che, giocoforza, siamo abituati ad imporci fotografando normalmente.
Potremmo fare un paragone con la produzione cinematografica, dove sappiamo benissimo quanto il digitale abbia modificato il modo di lavorare e di concepire la sceneggiatura. Anche nel campo dei cartoni animati (da sempre un lavoro prettamente manuale) possiamo vedere quanti elementi nuovi siano stati introdotti: cito solo due pietre miliari come “Roger rabbit” (fusione di cartoni animati e scene reali) e “Toy story” (animazione completamente in grafica tridimensionale).
Approfitto di questa citazione per introdurre una parte importantissima della computer grafica che è appunto la costruzione tridimensionale. Abbiamo molte volte sentito parlare di 3D senza sapere che questa ha un’enorme attinenza con la fotografia.
Sappiamo benissimo che la fotografia è la riproduzione bidimensionale di un soggetto tridimensionale; l’uso di un tipo d’obiettivo piuttosto di un altro determina un sostanziale mutamento del risultato in termini di prospettiva e l’uso di un tipo di luce piuttosto che un altro determina un mutamento della percezione dei colori e delle superfici. Solamente il nostro cervello, abituato a ragionare in tre dimensioni, riesce a “ricostruire” le distanze e le proporzioni da una fotografia.
Analizziamo quello che normalmente vediamo nel mirino della nostra reflex quando inquadriamo. Proviamo ad immaginare di inquadrare davanti a noi uno still life, per esempio, una bottiglia con un bicchiere e una luce laterale che l’illumina. Ci accorgiamo che in realtà non stiamo vedendo gli oggetti, le ombre e lo sfondo, ma i raggi di luce riflessi dalla scena che, attraverso l’obiettivo della nostra macchina fotografica, colpisce il vetro smerigliato del mirino e forma l’immagine. Se noi spegnessimo la luce la scena non si vedrebbe, non perché non ci siano gli oggetti, ma perché non ci sono raggi luminosi che colpiscono la fotocamera.
La costruzione tridimensionale si basa su questi concetti: i programmi si incaricano di ricostruire i raggi di luce che colpirebbero una “fotocamera virtuale” in una scena formata da oggetti tridimensionali “virtuali” illuminati da una luce “virtuale”. La tanto misteriosa realtà virtuale si conclude in questo breve concetto.
Pensiamo un attimo ai più moderni videogames tridimensionali: lo scopo è proprio quello di portare il giocatore, attraverso il monitor, in un’altra dimensione, staccata dalla nostra, provocando sensazioni indistinguibili da quelle reali.
Se questo concetto sembra un po’ esagerato vorrei citarvi giochi come “DOOM” o “QUAKE” (tra i primi e più famosi) dove, con un’adeguata atmosfera (luci soffuse, audio collegato allo stereo ad alto volume), non passa minuto che qualche rumore non ci faccia trasalire e tra la disintegrazione di un mostro e l’ansia di arrivare alla fine di quel labirinto ci dimentichiamo che quella che stiamo vedendo è solo una piccola finestra irreale che si apre nella nostra mente, prima che sul monitor del nostro PC.
Una finestra! Ecco di cosa è costellata la nostra vita reale: da finestre su mondi spesso distantissimi dal nostro. Pensiamo un attimo a quante volte abbiamo guardato la televisione senza renderci conto che stavamo assistendo alla rappresentazione di un mondo “irreale” rispetto al nostro. Al cinema succede la stessa cosa: per due ore noi stiamo vivendo una dimensione, forse parallela, ma di certo esterna alla nostra. Lo stesso avviene anche quando siamo di fronte ad un quadro, dove dentro, oltre a quello che vediamo raffigurato, traspare sempre il carattere dell’artista che lo ha prodotto. In fotografia avviene la stessa cosa: Una foto è una finestra aperta sull’istante e sul luogo congelato da un altro essere umano, che attraverso il suo intervento creativo ha permesso a noi di entrarvi.
Su questi presupposti noi creiamo. Siamo alla costante ricerca di finestre, nostre e altrui, in cui entrare ed uscire, forse per staccarci dalla normale routine che ci condiziona nella vita quotidiana.
La realtà virtuale, forse, è stata l’ultima, in ordine d’arrivo, delle “possibilità di fuga” offerte. Niente di strano allora se anche questa finestra è inclusa tra i “soggetti” che il fotografo ama rappresentare nelle sue fotografie.
Mi sembra ovvio, però, che a questo punto perdano importanza tutte le possibilità tecniche se non c’è già alla base una concezione di pensiero orientata a raffigurare, in una foto, una “finestra parallela” virtuale presente solo nella mente di chi la concepisce.
Le domande che mi vengono spontanee quando vedo un immagine di questo genere è: Perché? Cosa significa? Cosa si cela dietro il semplice segno che sto osservando? Mi trovo davanti al solito “esercizio accademico” o leggo veramente qualcosa di profondo che l’artista ha voluto comunicare?
Se pensiamo bene ci troviamo di fronte alle stesse domande che ci poniamo di fronte ad una fotografia tradizionale o ad un quadro, o dopo un film, segno forse, questo, che stiamo finalmente raggruppando il concetto d’arte distaccato dalle inutili ed inconcludenti settorializzazioni che continuano dividere in caste l’espressione creativa.
E’ opinione comune considerare la fotografia digitale come una “specializzazione” delle nuove generazioni; ho sentito moltissime volte fotografi tradizionali dire: “Io oramai non ho più la capacità di imparare tutte queste cose così complicate”.
In realtà trovo molto più complesso stampare una bella foto in bianco e nero in camera oscura, dovendo fare attenzione alle temperature, ai tempi, alle mascherature eccetera, che imparare l’uso di alcuni dei concetti elementari della fotografia digitale.
La vera ragione, secondo me, che divide i “tradizionalisti” dagli “innovatori” va ricercata tra i diversi modi di concepire la vita da entrambe le parti. Difficilmente un fotografo di 60 o 70 anni ama la musica Rock, è attratto dai film di fantascienza e va in discoteca. Sarebbe comunque deleterio che un ragazzo di 20 anni pensi fotograficamente come suo nonno. L’immagine e i ritmi veloci dei video-clip e la frenesia della vita di oggi, vista con gli occhi di un ventenne, si sposa molto male con la tranquillità interiore di una persona più matura che ha altri scopi e altri obiettivi.
Per questo lo stesso soggetto visto da due occhi così diversi apparirà, per forza di cose, diverso.
Estrapoliamo la nostra vita quotidiana in una delle tante “finestre” che ci accompagna e non mi è difficile immaginarmi trasportato dentro lo schema del mio videogame preferito, magari trasformato in un mostro o in una mutazione genetica.
Se è vero che fotografiamo tutto quello che ci emoziona e cerchiamo di mettere le nostre emozioni nelle immagini, è perfettamente logico considerare “emozioni” tutte le sensazioni generate da ciò che circonda la nostra mente; reali o virtuali che siano.

Ezio Turus 2/02/1999